RGV Ricordo Giacomo Verde :: sapeva vedere il mondo in un granello di sabbia

Ho incontrato Giacomo Verde nel 2003; non avevo ancora trovato quello che stavo cercando e mi ero iscritto di nuovo all’Università, di Roma3 stavolta, anche perchè c’era il corso di teatro e nuovi media. Prima avevo frequentato il Teatro Ateneo e le preziose lezioni  della Proff.ssa Valentina Valentini, nel 2000 volevo allestire uno spazio dedicato solo al video-teatro .

Il fatto era che di tutta quella teoria nelle Università non c’era traccia di laboratori pratici di teatro e nuove tecnologie e così ne organizzai uno.

 Scrissi una mail a Giacomo perché spiccava dai libri, la sua email si poteva ricavare dai link presenti nei libri di testo dei Proff. Gazzano e Savarese, mi ricordo anche il libro Teatro e mondo digitale di Antonio Pizzo del 2003, dove si raccontava del suo mitico Storie mandaliche, era l’inventore del teleracconto, il pioniere della videoarte dal vivo.  

  Chiesi un’aula, per fare dei laboratori di videoteatro, tutto attaccato e senza trattino. Mi fu data l’aula e la possibilità di organizzare attività di videoteatro al padiglione B2 della facoltà di Architettura di Roma 3 ex Mattatoio di Testaccio, dalle otto di sera a mezzanotte.

 Capii che la prima cosa in un mondo nuovo sono le parole perché i mondi sono fatti di parole e se le conosci puoi fare quello che vuoi, con tutto il rispetto per chi c’era prima a crear parole di parole, Carlo Infante che le rivendicava con fierezza, e alè!.

Cominciai a cercare in rete esperienze in atto alle quali agganciarmi, collaborare, visto il presupposto della connettività di un lab che ponesse il corpo e il video sullo stesso piano, vivo,  sì anche il video doveva essere perlopiù dal vivo. Cominciai a sparare email ai quattro lati del mondo, sapevo l’inglese, perchè mi ero accomunato con Alicja Ziolko artista Norvegese con lei ho dovuto capire quali parole usare anche in inglese. 

Mi risposero dall’Università di Nottingham, sì proprio quella dello sceriffo di Robin Hood dove c’era un gruppo di ricerca sulla danza e le tecnologie, poi Armando Menicacci del mediadanse di Paris8, e finally verdegiac.

Da quando siamo in pandemia ho  chiamato Giacomo un paio di volte perché era un punto di riferimento con cui pensare. Gli ho detto “giac come facciamo che tutti adesso si pongono la domanda su come si fa teatro su internet?”  Mi diceva che era un po’ malconcio e che parlava a fatica e ne stava ragionando con Roberto Castello,  e che ci saremmo dovuti vedere via skype presto. 

E’ simbolico che il grande giac se ne sia andato proprio ora che il suo apporto alla discussione distanza/vicinanza tecno-teatrale sarebbe stato il più prezioso, perché il più fantasioso e liberamente domestico. Zero compromessi con la sua sottile ironia critica , chi sa se avrebbe dovuto ancora penare per essere valorizzato negli spazi deputati, dal canto mio ogni volta che mi ritrovavo coinvolto in un’occupazione culturale, perché in quelle mi sono dato da fare poi, era sempre il primo nome che facevo quando solitamente dopo poco giorni da  un occupazione veniva fuori la necessità di un medialab, chi possiamo far venire? giacomeverde . E a spese sue poi gli toccava pure venire. Meno male che nelle accademie di belle arti, nei collettivi, nei workshop universitari era sempre invitato ed era presente, forte e chiaro. 

Il mio progetto che poi sarebbe diventato vite3 videoteatro, era abbastanza corsaro per i suoi gusti credo e mi rispose con gioia. Doveva venire a Roma anche per altri motivi, quindi accettò di tenere un laboratorio di webcam teatro, progetto da lui avviato nel 2003 che si basava sulla performance on line, il tutto avveniva su una chat pubblica, ed era quasi solo testo, ma i partecipanti si davano dei ruoli, al tempo più che per le videoconferenze che è una parola noiosetta, le videochat erano principalmente porno al tempo, e lì era la questione; il fuori scena. Qui troverete tutto il resoconto dettagliato che scrisse giac dell’esperienza, forse sta qui la disciplina di un maestro nel raccontare  quello che si è sperimentato:   http://www.webcamtheatre.org/progetto.htm

Da lì Iniziò un’amicizia  e una collaborazione sempre “cercando utopie” che portò alla creazione, insieme con altre  collaborazioni amichevoli, del progetto EutopiE.  

L’idea era quella di creare un kit drammaturgico che si rifacesse all’etica hacker, il metodo di lavoro era simile a quello per la creazione di un free software da rilasciare liberamente alla comunità teatrale di sviluppatori in questo caso e rivolto soprattutto a  tutti meglio se non teatranti. Il kit per poterlo sviluppare dovevi scaricarlo, migliorare se possibile e rimetterlo in rete. Da quel momento ho avuto la fortuna di condividere pensieri e azioni in tanti luoghi dopo l’ex Mattatoio di Roma, all’Arboreo di Mondaino, all’Armunia di Castiglioncello a Catania ed Avigliana (TO) poi di nuovo a Roma alla Factory e se passavo in Toscana lo andavo a trovare. “il futuro è adesso” mi diceva e ripenso a quanto mi abbia incoraggiato nel buttarmi, nel fare, da quando ho iniziato a pormi e a porre quella domanda  “ si può fare teatro in rete?” Era il 2003 e non ho smesso di porla fino al 2009 quella domanda. Perché le domande è bene che restino più forti delle risposte, e adesso che dobbiamo porcele sarebbe il momento di provare a sviluppare quel progetto, anche in videoconferenza.

Ecco di tutto questo che era la mia formazione Giacomo non era d’accordo, di queste cose con giac abbiamo sempre disquisito cuore a cuore. Sbroccavamo mentre cercavamo di fare una performance ultrademocratica.

Ho smesso di dedicarmi in maniera assidua alle convergenze tra teatro e nuove tecnologie nel 2009 da quando ho iniziato a costruire un ecovillaggio, dove qualche anno fa portai Giacomo a fare una passeggiata  e col suo solito sarcasmo mi disse: “Emilià fattela una casa vera e smettila di provare a virtualizzarti!”. 

grazie giac

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