Note su “CAMP” di Susan Sontag

Molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno, non sono mai state descritte. Una di queste è la sensibilità – inconfondibilmente moderna, una variante della sofisticazione anche se con essa difficilmente si identifica – che va sotto il nome di Camp.

Una sensibilità (in quanto si distingue da un’idea) è una cosa di cui è estremamente difficile parlare, ma ci sono anche ragioni speciali che hanno sinora impedito che ci si occupasse di Camp. Esso non è un tipo di sensibilità naturale, ammesso che una sensibilità naturale possa esistere. Anzi, l’essenza di Camp è il suo amore per l’innaturale, per l’artificio, per l’eccesso. In più Camp è esoterico, una specie di cifrario privato, addirittura un distintivo di riconoscimento tra piccole cricche urbane. A parte due pigre pagine d’appunti nel romanzo The World in Evening (1954) di Christopher Isherwood, non è quasi mai arrivato alla stampa. Parlare di Camp equivale quindi a tradirlo. E se il tradimento può essere difeso, lo sarà per l’edificazione che apporta o per la dignità del conflitto che risolve. Personalmente, adduco a scusanti la meta dell’autoedificazione e lo stimolo di un aspro conflitto all’interno della mia sensibilità. Sono enormemente attratta da Camp e ne sono quasi altrettanto offesa. È per questo che voglio e posso parlarne. Chi infatti partecipa di tutto cuore di una data sensibilità non può analizzarla; può soltanto, qualunque siano le sue intenzioni, esibirla. Dare un nome a una sensibilità, tracciarne i contorni e raccontarne la storia richiede una simpatia profonda rettificata da un senso di revulsione.

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Basim Magdy – Every decade memory poses as a container heavier than its carrier

 

Benché il mio discorso concerna soltanto una sensibilità – e una sensibilità che, tra le altre cose, tramuta il serio in frivolo – queste sono faccende importanti. La maggior parte della gente considera la sensibilità o il gusto territori di preferenze puramente soggettive, di attrazioni misteriose, soprattutto sensuali, che non sono state assoggettate alla sovranità della ragione. Essi permettono che considerazioni di gusto influiscano sulle loro reazioni di fronte a persone o opere d’arte. Ma questo è un atteggiamento ingenuo. E anche peggio. Trattare con condiscendenza la facoltà del gusto significa trattare con condiscendenza se stessi. È infatti il gusto che governa ogni libera reazione umana, usando l’aggettivo “libera” in contrapposizione all’aggettivo “automatica”. Non c’è nulla che sia più decisivo. C’è gusto per le persone, gusto visivo, gusto per i sentimenti; e c’è anche gusto per le azioni, per la moralità. La stessa intelligenza è una forma di gusto: gusto per le idee. (Uno dei fatti di cui bisogna tener conto è che il gusto tende a svilupparsi in modo molto ineguale. È raro che una stessa persona abbia buon gusto visivo e buon gusto per le persone e gusto per le idee). Il gusto non è inquadrato in un sistema e non può essere dimostrato. Ma ha una sorta di logica: la sensibilità coerente che sottende un certo gusto e gli dà origine. Una sensibilità è quasi, ma non del tutto, ineffabile. Qualunque sensibilità che possa essere ficcata nello stampo d’un sistema, o maneggiata con i grossolani utensili della prova, non è più una sensibilità. Si è consolidata in un’idea…

Per intrappolare una sensibilità, specialmente se viva e vigorosa, in parole bisogna dunque essere guardinghi e delicati [NdA: La sensibilità di un’epoca non ne è soltanto l’aspetto più decisivo, ma anche il più perituro. Si possono cogliere le idee (la storia intellettuale) e il comportamento (la storia sociale) di un’epoca senza mai occuparsi della sensibilità o del gusto che ispirarono quelle idee e quel comportamento. Sono pochissimi gli studi storici – come quello di Huizinga sul tardo Medio Evo o di Febvre sulla Francia del Cinquecento – che ci raccontano qualcosa sulla sensibilità del periodo preso in esame]. La forma della serie d’appunti mi è parsa più adatta di quella del saggio (che richiede un’argomentazione lineare, consecutiva) all’annotazione di qualche aspetto di questa particolare sensibilità. È imbarazzante trattare di Camp con solennità sistematica. Si corre il rischio di produrre a nostra volta un mediocrissimo esempio di Camp.

Questi appunti sono dedicati a Oscar Wilde.

“Bisognerebbe essere un’opera d’arte, o indossare un’opera d’arte”. Phrases & Philosophies for the Use of the Young

1. Per cominciare con un’affermazione molto generica: Camp è una forma particolare di estetismo. È un modo di vedere il mondo come fenomeno estetico. Questo modo, il modo di Camp, non si misura sulla bellezza ma sul grado d’artificio e di stilizzazione.

2. Mettere in rilievo lo stile significa trascurare il contenuto o introdurre un atteggiamento neutrale nei confronti del contenuto. Ovviamente la sensibilità Camp è disimpegnata e spoliticizzata, o perlomeno apolitica.* [nota della Giostra a piè di pagina]

3. Non c’è solo una visione Camp, un modo Camp di guardare le cose. Camp è anche una qualità individuabile negli oggetti e nel comportamento delle persone. Ci sono film, vestiti, mobili, canzonette romanzi, individui ed edifici campy.
Questa distinzione è importante. L’occhio Camp ha effettivamente il potere di trasformare l’esperienza. Ma non tutte le cose possono essere viste come Camp. Non tutto è nell’occhio di chi guarda.

4. Esempi scelti a caso di articoli che fanno parte del canone di Camp:

Zuleika Dobson di Max Beerbohm
lampade Tiffany
film Scopitone
il ristorante Brown Derby in Sunset Boulevard a Los Angeles The Enquirer, titoli e articoli

5. Il gusto Camp ha un’affinità per certe arti più che per altre. Gli abiti, i mobili e tutti gli elementi del décor visivo, per esempio, ne costituiscono un elemento importante. Perché l’arte Camp è spesso arte decorativa che mette in rilievo il tessuto, la sensualità della superficie e lo stile a spese del contenuto. Ma la musica da concerto, essendo priva di contenuto, è raramente Camp. Non offre occasioni, poniamo, per un contrasto tra la balordaggine o la bizzarria del contenuto e la ricchezza della forma… Certe volte intere forme d’arte diventano sature di Camp. Lo sono parsi per molto tempo il balletto classico, l’opera e il cinema. Negli ultimi due anni è stata annessa a Camp la musica di consumo (quella post rock’–n’–roll, lo yé yé insomma). E la critica cinematografica (per esempio l’elenco dei “Dieci migliori brutti film che io abbia mai visto”) è oggi probabilmente la massima divulgatrice del gusto Camp, perché la maggior parte della gente continua ad andare al cinema all’insegna dell’euforia e della mancanza di pretese.

6. In un certo senso è giusto dire: “È troppo buono per essere Camp”. O “troppo importante”, non abbastanza marginale. (Su questo punto ritorneremo). Cosi sono Camp la personalità e molte opere di Jean Cocteau, ma non quelle di André Gide; le opere di Richard Strauss, ma non quelle di Wagner; i prodotti di Tin Pan Alley e di Liverpool, ma non il jazz. Molti esempi di Camp, da un punto di vista “serio”, sono arte cattiva o kitsch. Noi tutti però. Non solo Camp non è necessariamente arte cattiva, ma esistono opere d’arte che possono essere considerate Camp (per esempio, i film più importanti di Louis Feuillade) pur meritando la più seria ammirazione e il più serio studio.

“Quanto più studiamo l’arte, tanto meno c’interessa la natura”. The Decay of Lying

7. Tutti gli oggetti e le persone Camp hanno in sé un elemento importante di artificio. Non c’è nulla in natura che possa essere campy… Il Camp rurale è pur sempre fatto dall’uomo e gli oggetti campy sono quasi sempre urbani. (Anche se spesso mostrano una serenità – o un’ingenuità – che è l’equivalente del pastorale. A molto Camp si applica l’espressione di Empson “pastorale urbano”).

8. Camp è una visione del mondo in termini di stile, ma di uno stile particolare. È l’amore per l’eccessivo, per l’eccentrico, per le cose–che–sono–come–non–sono. L’esempio migliore è l’Art Nouveau, il più tipico e il più compiuto degli stili Camp. Gli oggetti Art Nouveau trasformano, e questo è tipico, una cosa in qualcos’altro: gli impianti di illuminazione a forma di piante fiorite, il soggiorno che è in realtà una grotta. Un esempio notevole: gli ingressi del métro parigino disegnati da Hector Guimard negli ultimi anni del secolo scorso come steli d’orchidea in ghisa.

9. In quanto gusto per le persone, Camp risponde particolarmente a ciò che è decisamente attenuato e a ciò che è vigorosamente sottolineato. L’androgino è certo una delle grandi immagini della sensibilità Camp. Esempi: le figure svenevoli, sottili e sinuose della pittura e della poesia preraffaellite; i corpi esili, fluidi, asessuati delle stampe e dei manifesti Art Nouveau presentati in rilievo su lampade e portacenere; I’ossessionante vuoto androgino dietro la bellezza perfetta di Greta Garbo. Su questo punto, il gusto Camp tocca una delle verità più misconosciute del gusto: la forma più raffinata dell’attrazione sessuale (nonché del piacere sessuale) consiste nell’andar contro l’inclinazione del proprio sesso. Ciò che c’è di più bello negli uomini virili è qualcosa di femminile; ciò che c’è di più bello nelle donne femminili è qualcosa di maschile… Accanto al gusto per l’androgino, c’è in Camp qualcosa che sembra molto diverso ma non lo è: una predilezione per l’esagerazione delle caratteristiche sessuali e delle affettazioni della personalità. Per ragioni ovvie, i migliori esempi che si possono citare concernono i divi del cinema. La femminilità banale e vistosa di Jayne Mansfield, Gina Lollobrigida, Jane Russell, Virginia Mayo; la virilità eccessiva di Steve Reeves o Victor Mature.Le grandi virtuose del temperamento e della maniera, come Bette Davis, Barbara Stanwyck, Tallulah Bankhead, Edwige Feuillère.

10. Camp vede ogni cosa tra virgolette. Non una lampada, ma una “lampada”; non una donna, ma una “donna”. Scorgere Camp negli oggetti e nelle persone significa intendere gli esseri come interpreti di un ruolo. È l’estensione estrema, sul terreno della sensibilità, della metafora che vede la vita come teatro.

11. Camp è il trionfo dello stile ermafrodita. (La convertibilità tra “uomo” e “donna”, tra “persona” e “cosa”). Ma lo stile, cioè l’artificio, in fondo è sempre ermafrodita. La vita non ha stile. E neanche la natura.

12. Il problema non è “Perché il travestimento, la personificazione, la teatralità?”, ma piuttosto: “Perché travestimento, personificazione e teatralità acquistano l’aroma particolare di Camp?”. “Perché l’atmosfera delle commedie di Shakespeare (Come vi piace, eccetera) non è ermafrodita, e quella del Rosenkavalier sì?”

13. La linea di spartizione sembra cadere nel diciottesimo secolo. Ivi risiedono le origini del gusto Camp (romanzi gotici, chinoiseries, caricature, ruderi artificiali, eccetera). Ma i rapporti con la natura allora erano diversi. Nel Settecento le persone di gusto o la proteggevano (Strawberry Hill) o tentavano di trasformarla in qualcosa d’artificioso (Versailles). Erano instancabili nel proteggere il passato. Oggi il gusto Camp cancella la natura o la contraddice in modo esplicito. E i suoi rapporti con il passato sono estremamente sentimentali.

“È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone sono simpatiche e noiose”. Lady Windermere’s Fan

23. Nel Camp ingenuo, o puro, è elemento essenziale la serietà, una serietà che fallisce al suo scopo. Naturalmente la serietà fallita non sempre può essere redenta come Camp, ma soltanto quando presenta una giusta miscela di eccesso, fantasia, passione e ingenuità.

24. Quando qualcosa è soltanto brutto (anziché Camp), lo è perché ha ambizioni troppo mediocri. L’artista non ha tentato di far nulla che fosse veramente bizzarro. (“È troppo”, “È troppo fantastico”, “Non ci si può credere” sono espressioni tipiche dell’entusiasmo Camp).

25. Carattere distintivo di Camp è lo spirito della stravaganza. È Camp una donna che passeggia con un vestito fatto di tre milioni di piume. Sono Camp i quadri di Carlo Crivelli, con i gioielli autentici, gli insetti trompe–l’oeil e le fessure nei muri. È Camp lo scandaloso estetismo dei sei film americani di Sternberg con la Dietrich, e in particolare dell’ultimo, The Devil Is a Woman [Capriccio spagnolo, 1935]. In Camp c’è spesso qualcosa di démésuré anche nelle intenzioni, e non soltanto nello stile dell’opera. Gli sgargianti e magnifici edifici di Gaudí a Barcellona sono Camp non solo per il loro stile, ma perché rivelano – con particolare evidenza nella Chiesa della Sagrada Familia – l’ambizione di un uomo di fare da solo ciò che per essere realizzato richiederebbe gli sforzi di tutta una generazione, di un’intera cultura.

26. È Camp l’arte che si presenta seriamente, ma non può essere presa del tutto sul serio perché è “troppo”. Tito Andronico, oppure Strange Interlude di O’Neill sono quasi Camp o come tali potrebbero essere recitati. La personalità pubblica e la retorica di De Gaulle spesso sono puro Camp.

27. Un’opera può avvicinarsi ad essere Camp, ma non diventarlo perché è riuscita. I film di Ejzenstejn sono raramente Camp perché, nonostante tutti gli eccessi, sono resi (drammaticamente) senza elementi superflui. Se fossero un po’ più “spinti”, potrebbero essere del grande Camp, particolarmente la prima e la seconda parte di Ivan Groznij [Ivan il Terribile, 1944]. Lo stesso discorso vale per i disegni e i quadri di Blake, per quanto sconcertanti e manieristici. Essi non sono Camp, mentre lo è l’Art Nouveau che di Blake ha subito l’influenza.

Ciò che è stravagante in modo incoerente o spassionato non è Camp. E non può esserlo neanche ciò che non dà l’impressione di sgorgare da una sensibilità incontenibile e praticamente incontrollata. Senza la passione abbiamo lo pseudo–Camp; che è puramente decorativo, privo di rischi, in una parola, chic. Sul deserto margine di Camp giacciono parecchie cose attraenti: le levigate fantasie di Dalí, il preziosismo da haute couture di La fille aux jeux d’or [La ragazza dagli occhi d’oro, 1961] di Albicocco. Ma non bisogna confondere Camp e preziosismo.

28. Ancora. Camp è il tentativo di fare qualcosa di straordinario, Straordinario, spesso, nel senso di speciale, di ammaliante (la linea curva, il gesto stravagante), non soltanto con riferimento allo sforzo. Gli oggetti “incredibili ma veri” di Ripley sono raramente campy. Sono infatti stranezze naturali (come il gallo con due teste o la melanzana a forma di croce) o i prodotti di immense fatiche (l’uomo che è andato fino in Cina camminando sulle mani, la donna che ha inciso l’intero Nuovo Testamento sulla capocchia di uno spillo) e mancano del potere visivo – del glamour, della teatralità – che fa classificare Camp certe stravaganze.

29. La ragione per cui un film come On the Beach [L’ultima spiaggia, S. Kramer 1959] o romanzi come Winseburg e Ohio sono brutti al punto da essere ridicoli, ma non al punto da essere divertenti, è che sono troppo velleitari e pretenziosi. Mancano di fantasia. C’è Camp in brutti film come The Prodigal Son [Il figliol prodigo, R. Thorpe 1955] e Samson and Delilah [Sansone e Dalila, C. B. De Mille 1949], nella serie dei grandi spettacoli italiani a colori imperniati sul supereroe Maciste e in numerosi film di fantascienza giapponesi (come Rodan, Chikyu Boeigun, Gli uomini H), perché, nonostante la loro relativa volgarità e mancanza di pretese, sono più eccessivi e irresponsabili nello sfoggio della fantasia, e quindi commoventi e decisamente divertenti.

30. Naturalmente il canone di Camp può cambiare. Dipende moltissimo dal tempo, che può valorizzare ciò che oggi ci sembra puramente velleitario o privo di fantasia perché troppo vicino a noi, perché assomiglia troppo alle nostre fantasie quotidiane per permetterci di scorgerne la natura fantastica. Siamo meglio in grado di godere una fantasia come fantasia quando non è la nostra.

esercitando costantemente il proprio buon gusto finirà, per così dire, con l’attribuire a se stesso un prezzo talmente alto da escludersi dal mercato. A questo punto il gusto Camp si affianca al buon gusto come edonismo audace e spiritoso. Rende allegro l’uomo di buon gusto, che prima correva il rischio di essere cronicamente frustrato. Fa bene alla digestione.

…………….

55. Il gusto Camp è soprattutto un modo di godere, di gustare, non di giudicare. Camp è generoso. Vuole gioire. Solo apparentemente è malizioso e cinico. (O, se è cinico, il suo non è un cinismo spietato, ma dolce). Il gusto Camp non sostiene che sia di cattivo gusto essere seri; non deride chi riesce a essere seriamente drammatico. Si limita a riconoscere una riuscita in certi fallimenti appassionati.

56. Il gusto Camp è una forma d’amore, amore per la natura umana. Assapora, anziché giudicarli, i piccoli trionfi e le goffe intensità del “personaggio”… Il gusto Camp s’identifica con ciò di cui gode. Coloro che partecipano di questa sensibilità non ridono delle cose che definiscono Camp ma le gustano. Camp è un sentimento “tenero”. (A questo punto si potrebbe paragonare Camp a tanta Pop Art che – quando non è soltanto Camp, implica un atteggiamento affine ma molto diverso. La Pop Art è più piatta, più asciutta, più seria, più distaccata: alla fin fine è nichilista).

57. Il gusto Camp si nutre dell’amore entrato in certi oggetti e in certi stili personali. È la mancanza di questo amore che impedisce a certi prodotti kitsch come Peyton Place (il libro) o il Tishman Building di New York di essere Camp.

58. L’estrema dichiarazione Camp: è bello perché è orribile… Naturalmente non lo si può dire sempre. Soltanto a certe condizioni: quelle che ho cercato di indicare in questi appunti.

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[1] Scritto nel 1964, ora in Contro l’interpretazione, trad. Ettore Capriolo, Mondadori, Milano 1967 [Against Interpretation, Univ. of California], pp. 359–383 [NdR].

Un pensiero su “Note su “CAMP” di Susan Sontag

  1. La Giostra nel suo piccolo dissente dalle note su “Camp” di Susan Sontag sulla sua posizione apolitica forse perché d’altri tempi.
    Prendiamo posizione dicendo che:
    Il Congresso Nazionale Indigeno e l’EZLN parteciperanno alle elezioni presidenziali del 2018 in Messico. Qui di seguito la parte finale del comunicato:
    … Per i motivi di cui sopra reiteriamo che la cura della vita e della dignità, ovvero la resistenza e ribellione dal basso a sinistra, è un nostro obbligo a cui possiamo rispondere solo in forma collettiva. La ribellione la costruiamo dalle nostre piccole assemblee in località che si uniscono in grandi assemblee comunali, di ejido, in giunte di buon governo e in accordi come popoli uniti sotto un’identità. Nel condividere, apprendere e costruire noi che siamo il Congresso Nazionale Indigeno ci vediamo e sentiamo nei nostri dolori, nello scontento e nelle nostre fondamenta ancestrali.
    Per difendere ciò che siamo, il nostro camminare e apprendere si sono consolidati nel rafforzamento negli spazi collettivi di presa di decisione, ricorrendo a strumenti giuridici nazionali e internazionali, azioni di resistenza civile pacifica, mettendo da parte i partiti politici che hanno soltanto generato morte, corruzione e compravendita di dignità; sono state strette alleanze con diversi settori della società civile, costruendo propri mezzi di comunicazione, polizie comunitarie e forze di autodifesa, assemblee e consigli popolari, cooperative, l’esercizio e la difesa della medicina tradizionale, l’esercizio e la difesa dell’agricoltura tradizionale ed ecologica, i rituali e le cerimonie proprie per ripagare la madre terra e continuare a camminare con lei e in lei, la semina e difesa delle semente native, forum, campagne di diffusione e attività politiche e culturali.
    Questo è il potere dal basso che ci ha mantenuti vivi ed è perciò che commemorare la resistenza e ribellione è anche ratificare la nostra decisione di continuare a vivere costruendo la speranza di un futuro possibile unicamente sopra le rovine del capitalismo.
    Considerando che l’offensiva contro i popoli non cesserà, ma che vorrebbero farla crescere fino a cancellare ogni traccia di ciò che siamo come popoli della campagna e della città, portatori di profondi malcontenti che fanno sorgere anche nuove, diverse e creative forme di resistenza e di ribellione, il Quinto Congresso Nazionale Indigeno ha determinato di iniziare una consultazione in ognuno dei nostri popoli per smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione.
    In base a quanto detto sopra, ci dichiariamo in assemblea permanente e consulteremo in ognuna delle nostre geografie, territori e direzioni l’accordo di questo Quinto CNI, per nominare un consiglio indigeno di governo la cui parola sia incarnata da una donna indigena, delegata del CNI come candidata indipendente che partecipi a nome del Congresso Nazionale Indifeno e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel processo elettorale dell’anno 2018 per la presidenza di questo paese.
    Ratifichiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo, bensì che chiameremo i popoli originari e la società civile a organizzarsi per bloccare questa distruzione, rafforzarci nelle nostre resistenze e ribellioni, ovvero nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Costruire la pace e la giustizia rifinendoci dal basso, da dove siamo ciò che siamo.
    E’ il tempo della dignità ribelle, di costruire una nuova nazione per tutte e tutti, di rafforzare il potere dal basso e alla sinistra anticapitalista, e che paghino i colpevoli per il dolore di questo Messico multicolore.
    Per ultima cosa annunciamo la creazione della pagina officiale del CNI all’indirizzo http://www.congresonacionalindigena.org
    Dal CIDECI-UNITIERRA, Chiapas, ottobre 2016
    Per la Ricostruzione Integrale dei Nostri Popoli
    Mai più un Messico senza di Noi
    Congresso Nazionale Indigeno
    Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
    L’immagine può contenere: una o più persone

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